I consigli di Cliffhanger: Scream

Prodotta da MTV nel 2015 negli Stati Uniti e lanciata su Netflix nel 2016 in Italia, la serie tv Scream, comprensiva di due stagioni, è una serie tv slasher bastata sull’omonima saga cinematografica degli anni ’90 diretta da Wes Craven. Tutti ce la ricordiamo come una saga “Horror Comedy”, quindi con i classici stereotipi da film horror ma portati all’estremo, fino a farli diventare grotteschi e quasi divertenti. La particolarità è che i protagonisti sia del film che della serie, spesso, si ritrovano vittime dei loro stessi giochi; anche l’ordine degli efferati omicidi segue delle logiche consuete agli appassionati del genere.

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Come nel film originale anche nella serie un gruppo di liceali si ritrova a sfuggire da un serial killer, che, seguendo la sua malata logica, ha preparato alla perfezione un piano crudele per ammazzarli tutti ad uno ad uno, Questa volta non ci troviamo davanti ad una cosiddetta “trashata” (ossia qualcosa di banale e fatto solo da plateali schizzi di sangue) ma al contrario la suspense, il mistero e i giochi psicologici che la caratterizzano la rendono un prodotto appetibile agli appassionati di slasher e meno, anche se comunque non manca un po’ di sano splatter.

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Una serie di eventi, partendo da un episodio di cyber bullismo scoppiato in un liceo , porta a pensare che l’assassino sia un personaggio differente per ogni episodio ma solo alla fine (cioè probabilmente dopo qualche ora di binge watching) scopriremo la verità.

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L’unica pecca di questa serie è che, a nostro parere, per quanto riguarda la prima stagione in particolar modo, si tende a fare riferimenti un po’ troppo espliciti al film originale di Wes Craven, soprattutto per quanto riguarda la linea narrativa; percio’ per chi l’ha visto non sara’ tanto difficile arrivare a capire chi sarà “il prossimo a morire” o addirittura l’assassino. In ogni caso, sia che si abbia visto o no l’originale, ci si trovera’ davanti ad una serie tv che mette assieme romanticismo, commedia, suspense, azione, splatter in un’unica storia.

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Scritta veramente bene, leggera e poco impegnativa, la consigliamo a un pubblico giovane e a chi vuole passarsi una bella serata in compagnia con cibo, amici, e una serie tutt’altro che noiosa. Potrebbe piacere soprattutto agli appassionati di “Teen Drama” dato il cast conosciuto e talentuoso
; infatti proprio ai Teen Choice Awards 2015, la serie è stata candidata come miglior “serie estiva” (così come gli attori Bella Thorne e Willa Fitzgerald)

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Se avete già visto Scream e siete già in crisi d’astinenza, non preoccupatevi! Infatti per il 2018 è prevista una terza stagione che sarà un reboot; anche se con attori e trama differenti, abbiamo fiducia che anche la prossima stagione sarà divertente e super spaventosa!

Alessia Tedesco

American Horror Story, l’incubo di ogni conservatore

American Horror Story è ormai una serie Cult. Per quanto possa piacere o meno è sempre interessante per noi appassionati di serie tv perché rivoluzionaria nei temi e nella forma. Oggi inauguriamo una serie di articoli collegati a questa serie… abbiate paura!

Attenzione questo articolo potrebbe contenere spoiler!

“American Horror Story” è una serie antologica andata in onda per la prima volta su FX nel 2011, e in seguito su Fox in Italia. Da subito questa serie si è distinta per la sua diversità, con livelli di splatter e horror molto alti rispetto agli standard a cui la televisione ci aveva abituato. Anche solo la traccia sonora della sigla, creata da Kyle Cooper, è estremamente sinistra e inquietante.

Ryan Murphy, regista e creatore della serie, si è buttato a capofitto in un progetto unico nel suo genere, estremamente diverso da altri prodotti; l’attenzione per il “diverso” è infatti una delle grandi tematiche di AHS. Come nel suo altro progetto “Glee”, Ryan Murphy è attento a includere personaggi della comunità LGBTQIA: l’inserimento di questa categoria, specialmente nel genere horror, è una grandissima novità. Nell’horror infatti, i personaggi di questa comunità sono di solito solo macchiette, pensiamo ai film di Dario Argento, oppure antagonisti pieni di perversioni , ad esempio “Il silenzio degli innocenti”.

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Nella quinta stagione di AHS, “Hotel”, il personaggio di Liz Taylor (interpretato da Denis O‘Hare) è una  transessuale ed è una delle protagoniste; durante la serie grazie ad alcuni flashback verremo anche a conoscenza del suo percorso di transizione. Per la prima volta nella seconda stagione di AHS, “Asylum” vediamo un’eroina, lesbica, determinata e femminile. Lana Banana (interpretata da Sarah Paluson) è tutto questo: seguiremo le sue vicissitudini nel manicomio in cui è intrappolata, costretta a terapie di riorientamento sessuale. Le scene di questa pratica barbarica non sono soltanto fine a se stesse per creare il fattore schock, ma al contrario sono una forte critica al mondo odierno, visto che in molti paesi sono ancora praticate e legali.

Nella stessa stagione la critica sociale è rivolta anche ai bigotti, agli estremisti religiosi e a chi discrimina le coppie miste e le coppie aperte; il personaggio di Kit, interpretato da Evan Peters, è infatti sposato con Alma (Britne Oldford), donna di colore, ma innamorato allo stesso modo di Grace (Lizzie Brocheré) e più volte durante la serie ci ricorda che non c’è niente di male in lui, ma la società è troppo bigotta per accettarlo.

In particolare le critiche sul razzismo si intensificano nella terza stagione, “Coven”, grazie a flash back del personaggio di Angela Bassett, Marie Laveau, stregona vodoo immortale (chi lo dice che i neri sono i primi a morire negli horror?) che ha quindi vissuto l’epoca dello schiavismo e la segregazione degli anni 50. In questa stessa stagione, si uccide uno dei cliché, quello della strega bella da morire, grazie ai personaggi di Quenee, interpretato da Gabourbey Sibide, attrice di colore con una corporatura giunonica.

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In questa serie viene sdoganata un’altra regola d’oro degli horror cioè quella per cui saremmo più portati ad affezionarci a qualcuno di particolarmente prestante (per questo gli attori scelti per questa tipologia di film sono belli, alti, muscolosi e senza un filo di grasso). AHS invece sceglie attori con una bellezza eclettica (un esempio: Lady Gaga) facendoci invaghire non del loro aspetto esteriore ma del loro carattere o della loro storia. Anzi a volte in AHS chi è particolarmente piacente è anche colui con l’anima più nera: ad esempio il dottor Oliver Trenson (interpretato da Zachary Quinto) psicologo di giorno, squartatore di notte, nella seconda stagione “Asylum”; o Dandy Mott (intrepretato da Finn Wittrock), ragazzino viziato e psicolabile che tratta le persone come giocattoli scegliendo lui quando romperli, nella quarta stagione, “Freak Show”.

Soffermandoci un attimo su questa particolare stagione che parla di un circo di fenomeni da baraccone, troviamo, ancora una volta, una critica aspra verso la società , che discrimina i disabili invece che accettarli come membri della comunità. Infatti è stata presa la scelta di includere nel cast persone come Mat Fraser (interprete di Paul), affetto da focomelia, Jyoti Amge (interprete di Mon Petit), la donna più piccola del mondo e Jamie Brewer (attrice affetta da sindrome di down) interprete, in questa stagione, di Majorie.

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E proprio lei, Jamie Bewer, ci ha regalato interpretazioni di personaggi memorabili, sia eroici che negativi:ha interpretato Adalide, nella prima stagione, “Murder House”, ragazza bistrattata per la sua disabilità, ma con sogni e buone intenzioni che non sono stati intaccati dai grandi traumi che le sono stati procurati dalla madre; e poi abbiamo già citato Mejorie, perosnaggio malvagio che incoraggia alla cupidigia e alla violenza Chester Creb, interpretato da Neil Patrick Harris. E infine in “Coven” è interprete di Nan, strega con il potere della telepatia spesso più acuta e smaliziata delle altre.

di Cecilia Geroldi

 

Cliffhanger Consiglia: Commedie Sconosciute (parte 2)

Fuori piove? Fa troppo freddo per prendere la bicicletta e andare a lezione? Avete voglia di prendervi una pausetta dallo studio? Dopo il primo post sull’argomento (che da bravi studenti potete recuperare qui) ecco altre cinque serie comedy da divorare in queste giornate uggiose.

“Atlanta” FX

Scritta e interpretata dal rapper/stand-up comedian/futuro giovane Lando di Star Wars/Troy di Community Donald Glover, la serie parla delle vicissitudini del nostro protagonista e del microcosmo che gli gira attorno, composto da ex e amici rapper, che vivono ad Atlanta, il tutto con un tono surreale che ricorda la serie compagna di rete “Louie” del comico Louis CK. Se vi piace un humor “WTF?!” questa è la serie per voi.

“Love” Netflix

Mettete una ragazza problematica. Mettete un bravo ragazzo. Mettete che si incontrano e si frequentano ma… stanno insieme? Sono solo amici con benefici? O forse si sono innamorati? Questa è Love. Scritta da Judd Apatow per Netflix, conta già due stagioni nelle quali “Gus e Mickey scopriranno le euforie e le umiliazioni dell’intimità, dell’impegno, dell’amore e di altre situazioni che speravano di evitare”… insomma, tutti possiamo riconoscerci.

“Mozart in the Jungle” Amazon Video

Hailey è un’aspirante oboista e si ritrova a un provino per la New York Philarmonic. Non viene presa, ma lo stravagante direttore d’orchestra Rodrigo vede qualcosa in lei e decide di darle una possibilità come… assistente personale. Hailey diventa allora la nostra imbucata nel mondo della musica classica, che scopriamo non essere per niente inquadrato e monastico. Ottimo cast, buona musica e un team molto hipster (vi bastino Jason Schwartzman e Roman Coppola, frequenti collaboratori di Wes Anderson) questa serie vi farà venir voglia di imparare a suonare tutto Beethoven.

“Braindead” CBS

Braindead potrebbe lasciarvi perplessi all’inizio:”Come, una serie sulla politica può essere divertente?” 1. Sì, guardate Veep. 2. Anche Braindead vi farà morire dalle risate. In questa serie si riescono a mischiare politica, alieni, botanica e relazioni disfunzionali. Se non ci credete guardate questi 13 episodi e vi assicuriamo rimarrete positivamente sorpresi.

“Fleabag” BBC/Amazon Video

Fleabag è una donna londinese, di cui non si scoprirà mai il vero nome, la cui vita sembra riservarle solo pugni nelle ovaie. La sua famiglia è un po’ disfunzionale; i suoi progetti alquanto eclettici e bizzarri (vedasi il suo bar a tema porcellini d’India); la sua vita sentimentale un grande hot mess. In tutta questa miseria la creatrice e attrice protagonista Phoebe Waller-Bridge ci sa regalare dei momenti esilaranti. Come si fa a non innamorarsi di una donna che si masturba guardando i discorsi di Obama? #smartisthenewsexy

This Is Halloween!

Oggi è Halloween! Già pronti con i travestimenti? Andrete a fare dolcetto scherzetto (sì, anche a 20 anni, per il cibo questo e altro) o farete maratone televisive/cinematografiche da brividi? In caso non abbiate ancora deciso cosa guardare, ecco i consigli (più o meno) della nostra redazione!

 

Glee – 2×05

The Rocky Horror Glee Show! Uno degli episodi più riusciti, se non il migliore della serie TV “riscatto” di Ryan Murphy ci ripropone il musical cult degli anni ’70 “The Rocky Horror Picture Show”, opera audace e tutt’ora rivoluzionaria. Un piacere per gli occhi (e le orecchie), benché si tratti di un riadattamento per adolescenti, il tributo all’opera originaria riporta i temi cardine del musical nella vita quotidiana dei protagonisti: l’insicuro Finn dovrà confrontarsi con il proprio aspetto fisico per rompere le barriere della “normalità”, come Mercedes che ci propone una versione innovativa e moderna dell’indelebile Frank-N-Furter, rompendo il muro dell’ordinario, proprio come fece il Rocky Horror all’epoca. Il caro professor Schuester ci ricorda che il compito dell’arte è quello di superare i limiti in nome della libertà di espressione, quindi… “Don’t dream it, be it”.

Di Valeria Pagotto

 

Simpson 6×06

L’opera di Matt Groening nel corso degli anni e delle stagioni ha accumulato un enorme debito nei confronti della produzione horror dagli anni ’50 in poi, concentrando il citazionismo Halloweeniano negli special che prendono il nome di “Treehouse Of Horror”. Sono puntate che vengono trasmesse ogni anno, puntualmente nei giorni che precedono la notte delle streghe, sono composte da tre mini episodi da 6/7 minuti ciascuno aventi come tema centrale l’horror in tutte le sue accezioni. Le fonti non sono unicamente cinematografiche, ma prendono spunto anche dalla letteratura e dalle serie TV, gran parte delle citzioni infatti si riferiscono ad una delle opere maggiormente amata dai nerd degli anni ’60,  anche se all’epoca i nerd ancora non esistevano, cioè la famosa serie “The Twilight Zone”. Esempio di quanto siano ben sfruttati i riferimenti (non casuali) e le citazioni nei Simpson è l’episodio 6 della sesta stagione uscita nel 1996 (666?!) intitolata “The Shinning” (“La Paura Fa Novanta V” in Italia), chiaro riferimento al film Shining. La famiglia Simpson si trasferisce nell’enorme proprietà del signor Burns. L’inizio della puntata è semplicemente geniale quando la famiglia è costretta a tornare a casa dopo il lungo viaggio per la sbadataggine di Homer, non una, ma ben due volte. La casa è palesemente stregata, piena di fantasmi, armi e con cascate di sangue, che però sembrano non insospettire o spaventare la famiglia. Homer impazzisce quasi subito per l’assenza di TV e di birra e diventa un perfetto Jack Torrance. La famiglia sembra sapere già che Homer impazzirà e questo fa venire un po’ l’ansia, ansia dissipata repentinamente dalla gag delle porte che riprende la famosa scena dell’ascia di Shining ma con la differenza che Homer sbaglia porta per tre volte. Il tutto si risolve grazie al giardiniere Willy ma non perché riesce a sconfiggere Homer, anzi viene ucciso quasi immediatamente ma grazie alla sua portable TV che riesce a placarlo. Con un abbraccio finale in mezzo alla neve con tutta la famiglia che ovviamente rimane assiderata, termina la puntata. Non era per niente facile riassumere un film come shining in un mini episodio da 7 minuti in più riuscendo a mettere la strizza che solo i migliori horror incutono, eppure I Simpson ci sono riusciti quindi… chapeau Matt.

Di Stefano Blanco

 

Will & Grace – 1×05/5×05

La serie di David Kohan e Max Mutchnick offre diversi spunti di riflessione nei due speciali di Halloween. Nella prima stagione, “Halloween?”, con spiazzante e velata ironia l’episodio è uno spudorato inno alla festa più amata d’America, una riscoperta dello “spirito di Halloween” fatto di glitter e amicizia. Notevole la scelta ardita di proporre in TV le drag queen, che probabilmente, nel contesto di Halloween non hanno infastidito quella parte conservatrice del mondo di cui la serie si prende beffa.

Sebbene sia meno evidente il tema di Halloween nell’episodio della quinta stagione, la serie si prende gioco con naturalezza dei luoghi comuni legati alla festa e ripropone le paure in chiave romantica: la paura dell’amore. Ah, e l’iconica Karen Walker!

Di Valeria Pagotto

 

Buffy – 2×06

Siete dei nostalgici degli anni Novanta? Allora Buffy fa per voi! Sono da poco passati vent’anni dalla prima messa in onda americana, ma questa serie continua a far parlare di sé. Il creatore, Joss Whedon, ci ha regalato più di uno speciale di Halloween durante il corso delle sette indimenticabili stagioni, un esempio è l’episodio “Halloween” della seconda stagione. Nella notte più paurosa dell’anno, la Scooby Gang noleggia dei costumi per travestirsi, pensando di potersi permettere una serata “normale”, lontana dai soliti drammi sovrannaturali. Buffy si veste da dama dell’Ottocento, Willow da fantasma e Xander da soldato. A causa di un incantesimo, che ha colpito l’intera cittadina, si trasformano realmente nei personaggi che i loro costumi rappresentano, riempiendo le strade di creature mostruose. La cacciatrice (non più conscia di esserlo) insieme ai suoi amici, dovrà affrontare diverse peripezie e minacce per far ritornare l’equilibrio nella loro amata Sunnydale. Una puntata con un mix perfetto di ironia, mistero, azione e amore. Pronti a tornare nel Buffyverse per una notte?

Di Benedetta Marigo

 

How I Met Your Mother – 1×06

Zucca supersexy, travestimento da scheda elettorale e un personaggio travestito da pilota di caccia con in sottofondo “Danger Zone”, colonna sonora di Top Gun. Tanto basta per i fan di How I Met Your Mother per ricordare il primo dei tre speciali Halloween di How I Met Your Mother “Slutty Pumpkin”. Ma quanto il tema Halloween trattato nell’episodio è effettivamente a tema Halloween? In poche parole, quanto questa puntata riesce a suscitare ansia nello spettatore e a creare tensione? In realtà, molto poco. E il motivo è semplice: a differenza di altre serie, una fra tante i sopracitati “I Simpson”, che nelle loro puntate speciali “La Paura Fa Novanta” fanno parodie di svariate opere della cinematografia horror intaccando in maniera sottile il tipo di umorismo usato, qui non si avverte nessun tipo di modifica all’atmosfera generale della sitcom. Senza alcuni dei personaggi che ci dicessero che è Halloween e senza alcuni aiuti della scenografia, la puntata sembra essere ambientata durante una normalissima festa di Carnevale in cui i personaggi continuano a vivere vicende ed emozioni che il pubblico conosce benissimo. Con uno sforzo maggiore, la CBS avrebbe potuto sfornare una puntata leggera, comica ma dai toni più adatti a questa festività tanto amata dagli spettatori americani. Puntata consigliata agli amanti della sitcom, un po’ meno a chi vuole essere immerso in un’atmosfera dai toni dark.

Di Nicola Caruso

 

E per voi quali sono i migliori (o peggiori) speciali di Halloween?

Il citazionismo di Stranger Things

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È il 15 luglio 2016. Netflix furtivamente pubblica Stranger Things, una serie originale, con protagonisti giovani e sconosciuti, che tuttavia attira subito l’attenzione: il ritmo incalzante, l’ambientazione anni ’80 e l’inaspettata audacia dei piccoli protagonisti conquistano il pubblico. Ma uno dei punti di forza della serie, ciò che l’ha elevata al titolo di “cult”, è indubbiamente il suo spiccato omaggio al cinema, vecchio e nuovo, continuamente evidenziato dai fratelli Duffer. Le citazioni al passato sono infatti il tratto distintivo della serie, che trova il proprio punto di forza nella nostalgia. Ma in che modo l’immaginario cinematografico, letterario, musicale e addirittura videoludico degli anni ’80 (e non solo) è stato assorbito e veicolato da Stranger Things?

Procediamo con ordine: inizialmente i fratelli Duffer avevano pensato di girare la serie a Montauk (Long Island) per rievocare l’ambientazione di Amity de “Lo Squalo” (Steven Spielberg, 1975). Per motivi tecnici la serie è stata girata in Georgia, ma questo non ha impedito ai fratelli di ispirare il set e le scenografie alle indimenticabili opere cinematografiche degli anni ’80, ma soprattutto non ha impedito la presenza di riferimenti al cinema di Spielberg, che gioca un ruolo importante nella serie. Film cult, enormemente citato, è sicuramente E.T. (1982), emblema dello stile e dei temi “spielberghiani”. La serie non solo porta in vita sequenze che hanno fatto la storia del cinema, ma anche uno dei temi ricorrenti della cinematografia di Spielberg: la disgregazione della famiglia, prevalentemente a causa dell’assenza del padre. Qui ritroviamo Joyce Byers (Winona Ryder), madre single, e Lonnie Byers (Ross Partridge), padre assente nelle vite di Will e Jonathan. Il tema, secondo le parole di Spielberg “molto personale… sulla storia dei miei genitori e di come mi sono sentito quando si sono lasciati”, viene riproposto da Stranger Things come un tòpos della cinematografia degli anni ’80, in un contesto storico e sociale in cui erano molto discussi le famiglie con un solo genitore, l’assenza del padre e il divorzio. È innegabile la volontà di omaggiare il padre di E.T., specialmente se il secondo film più citato è “I Goonies” (1985) di Richard Donner, nato da un soggetto di Steven Spielberg.

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Stranger Things, inoltre, riporta sul piccolo schermo le convenzioni del genere fantascientifico e horror, a partire dalle atmosfere cupe e tenebrose. La telecinesi, gli esperimenti e gli studi effettuati su Undici non possono che ricordare la piccola Charlie di “Fenomeni Paranormali Incontrollabili” (Mark L. Lester, 1984), tenuta prigioniera in una base militare per via dei suoi poteri. La presenza della creatura mostruosa fuoriuscita dal “Sottosopra” e la stessa ambientazione della dimensione alternativa sono riconducibili ad Alien (Ridley Scott, 1979), con il suo Xenomorfo umanoide. Non è un caso che il “Sottosopra” e la creatura che lo abita in Stranger Things necessitino di vite umane per sopravvivere, quasi come lo Xenomorfo di Alien utilizza l’uomo come incubatrice per la propria prole. Il mostro omicida presenta inoltre delle caratteristiche che rimandano allo squalo assassino del sopracitato “Lo Squalo” di Spielberg, in quanto entrambi sono soliti trovare le proprie vittime fiutando il sangue. La serie riprende gli schemi narrativi tipici degli horror, presentando personaggi e situazioni insoliti, adattati alle situazioni e alle ansie più comuni, dai timori dei genitori nel veder crescere i figli, alle paure che si celano tra amici di lunga data fino alla presenza di una visitatrice dall’aspetto intimidatorio che cela capacità meravigliose. Non mancano la suspense e il ritmo incalzante, così Nightmare (Wes Craven, 1984), Poltergeist (Tobe Hooper, 1982), Carrie (Brian De Palma, 1976) e Shining (Stanley Kubrick, 1980) ritornano in vita per pochi istanti.

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I riferimenti nella serie non si limitano agli anni ‘80, ma si addentrano anche nel nuovo millennio con gli evidenti riferimenti a “Under The Skin” (Jonathan Glazer, 2013) per il luogo in cui si ritrova Undici nella vasca di deprivazione sensoriale, un ambiente apatico, nero, che corrisponde all’ambiente onirico in cui Laura porta le proprie vittime. Quella stessa vasca rimanda inoltre al cult di fantascienza Minority Report (Steven Spielberg, 2002), che ancora una volta sottolinea l’importanza del regista di “E.T.” nell’immaginario di Stranger Things, e analogamente rievoca il pilot del coinvolgente “Fringe” (J.J. Abrams, 2008). Non mancano altre somiglianze con il mondo televisivo: la suggestiva sequenza dell’agente Cooper di “Twin Peaks” (David Lynch, 1990) di fronte allo specchio nell’episodio conclusivo della seconda stagione, ripresa poi proprio nell’ultimo episodio di Stranger Things, con il piccolo Will di fronte allo specchio ad affrontare la scioccante verità.

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Stranger Things

Ad influenzare il mondo di Stranger Things non è solo il cinema, ma anche la letteratura e la musica. Innanzitutto il titolo della serie richiama il romanzo di Stephen King “Needful Things” (Cose Preziose), dalla cui copertina è stato tratto il font (ITC Benguiat) diventato ormai caratteristico dell’opera televisiva. Altra citazione letteraria, seppur velata, è quella a “It” (Stephen King, 1986), rievocato dalle parole di Joyce quando in un flashback chiede a Will se ha ancora paura dei clown, e dallo stesso Will che scompare nel nulla proprio come le piccole vittime del “Pennywise” di King. È sa sottolineare anche la somiglianza con i protagonisti di “Stand By Me” (Rob Reiner, 1986), tratto dal racconto “The Body”, sempre di Stephen King, che dà anche il titolo al quarto episodio (Chapter Four: The Body). Un ulteriore riferimento letterario è all’universo di Tolkien, evocato in uno degli incroci della città sopranominato “Mirkwood” (Bosco Atro, madrepatria di Legolas), e nella parola d’ordine per entrare nella fortezza di Will, “Redagast”, uno degli stregoni della Terra di Mezzo.

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La serie però  trae ispirazione addirittura dal mondo videoludico, rievocando le atmosfere tipiche dei survival horror, in particolare di “Silent Hill” per la concezione del “Sottosopra” come ombra oscura del mondo reale, come hanno più volte ribadito i fratelli Duffer, i quali hanno concepito le creature come “mostri senza volto, con lunghe braccia e una testa che si apre come un fiore disgustoso quando è ora di mangiare”, ricordando il Clicker del videogioco “The Last Of Us”.

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Stranger Things
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Anche per il mondo della musica possiamo individuare molteplici riferimenti al passato. L’intenzione di Micheal Stein e Kyle Dixon, ex membri della band SURVIVE, era quella di usare fortemente i synth inquietanti per produrre una musica elettronica che in qualche modo rievoca fortemente gli anni ’80. Si ispirano quindi allo stile di Carpenter e alle produzioni del gruppo tedesco Tangerine Dream (1967). Non sono da dimenticare inoltre i Clash con la loro “Should I stay or should I Go”, molto amata dal piccolo Will, che userà anche per comunicare con la madre durante il periodo di prigionia nel “Sottosopra”.

Stranger Things è innegabilmente un tuffo nel passato. Un ricordo nostalgico per i più grandi e un tentativo di far vivere alle nuove generazioni le stesse sensazioni dei classici degli anni ’80, in grado di risvegliare negli spettatori l’immaginazione e lo spirito di avventura. La volontà di riportare sullo schermo gli anni ’80 la si evince inoltre dalla presenza nella serie di due volti noti di quell’epoca: Winona Ryder (Beetlejuice, Schegge di Follia) prima scelta per il personaggio di Joyce Byers, madre di Will, e Matthew Modine (Birdy – Le ali della libertà, Full Metal Jacket, Una vedova allegra… ma non troppo), il Dr. Martin Brenner responsabile degli esperimenti su Undici. È proprio sul personaggio di Winona Ryder che si apre uno spunto di riflessione: sulla scia delle tematiche “spilberghiane”, risulta emblematico il fatto che sia proprio lei a riuscire a mettersi in contatto con il piccolo Will, con il quale ha un rapporto forse speciale, essendo l’unico genitore che si prende cura di lui, costretta a compensare la mancanza della figura paterna.

Stranger Things rientra senza dubbio tra le arti postmoderne, la cui caratteristica principale è proprio il citazionismo: avviene di fatto l’abbandono della ricerca del nuovo, un rifiuto dell’idea di progresso ed evoluzione continua, che comporta l’impossibilita di distinguere un’arte alta da una popolare. C’è così un utilizzo spregiudicato, senza limiti, di citazioni da ambiti diversi, un continuo mescolamento tra vecchio e nuovo. La trama è originale ed avvincente, arricchita dalla presenza di continui riferimenti a pietre miliari della cinematografia e del piccolo schermo, che coinvolge lo spettatore in una “caccia al tesoro”, una specie di gioco a quiz divertente e stimolante, mentre la storia si evolve tenendo tutti incollati allo schermo. Non si parla di una brutta copia dei capolavori del passato, ma di una serie che è stata in grado di emergere nel panorama delle serie tv attuali, consacrandosi come una perla rara in grado di riportare alla memoria dolci ricordi passati.

Il recap del lunedì: Game of Thrones 7×04

Questo articolo sarebbe potuto uscire settimana scorsa grazie agli hacker che hanno diffuso online la puntata giovedì, MA noi di Cliffhanger siamo così pigri che nonostante aver visto la puntata appena piratata onesti che abbiamo deciso di aspettare la messa in onda dell’HBO e pubblicare l’articolo lunedì. #gentehonesta

Per la serie personaggi che saranno sempre nei nostri cuori, oggi ricordiamo Oberyn Martell, unico, inimitabile principe di Dorne.

Scusateci, una gif non basta.

Torniamo a noi, quarta puntata “The Spoils of War”. Lo dice il titolo SPOILER!

Nei dintorni di Highgarden Jaime Lannister e Bronn stanno chiacchierando dell’oro che hanno appena rubato dai Tyrell, mentre si dirigono con le loro truppe verso King’s Landing. Bronn è sempre il solito amabile cazzone e a Jaime è bastata una vittoria per sentirsi di nuovo il kingslayer.

Intanto a King’s Landing, Cersei parla con Mycroft Holmes il banchiere Bravoosiano a cui spetterà il bottino conquistato da Jaime, perché – tutti in coro – i Lannister pagano sempre i loro debiti. A Mycroft interessano solo i soldi e le chiacchiere da mania di grandezza di Cersei gli scivolano addosso.

A Winterfell un sempre manipolatore Ditocorto dona a un sempre più catatonico Bran, o meglio al Corvo a Tre Occhi, il pugnale con cui sarebbe dovuto essere ucciso. Promette di proteggerlo, come aveva fatto la sua amata Catelyn; ora dobbiamo fidarci delle promesse di Ditocorto? Bran sicuramente non sembra impressionato. Non sembra impressionato nemmeno quando Meera gli annuncia la sua partenza. Meera, la ragazza che ha trascinato Bran in mezzo a tormente di neve, perdendo suo fratello nel viaggio, quella che era pronta a morire per lui E TU COME LA SALUTI? SOLO UN GRAZIE?!?! Bran non ci siamo.

Se Lord Stark non ci da nessuna soddisfazione, chi ce ne continua a dare è Arya. Finalmente, dopo anni arriva a casa. Si presenta a due guardie, che la pensano una delinquente e dopo una sana dose di “Voi non sapete chi sono io! Chiedete a tizio o caio (tutti e due morti, ndr) e vedrete che culo vi fanno se non mi fate entrare!” Riesce a intrufolarsi nella cripta. Sansa, informata dalle guardie, riconosce tizio e caio e sa immediatamente dove trovare la sorella. L’incontro tra le due è un momento emozionante, e vedere i tre Stark rimasti insieme… UNA GIOIA! Soprattutto per Brienne, soddisfatta di aver mantenuto la promessa fatta a Catelyn Stark.

A Dragonstone Jon Snow decide di portare Daenerys a fare una passeggiata romantica a lume di candela nella cava del castello… e trova la sua desiderata pietra; ma soprattutto tra dei graffiti che mostrano come già in antichità tutti si siano uniti contro gli Estranei, ed esorta Daenerys a fare lo stesso. Convinta, Dany decide di supportare Jon Snow… una volta che lui le avrà giurato fedeltà. Ancora. Dany, ascoltaci, hai problemi un po’ più pressanti al momento STAI CALMINA.

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Problemi che appena esce dalla cava, ancora incantata dal fascino nordico di Jon Snow, vengono a galla: scopre infatti della morte di Olenna. E decide di agire.

Torniamo brevemente a Winterfell per vedere Arya e Brienne che combattono allenandosi. Bellissimo tutto, girl power, viva loro, ma adesso andiamo avanti.

Perché a Dragonstone arriva Theon e non trova più Khaleesi.

DOVE SARA’ MAI KHALEESI?

Jaime pensava di aver fatto il suo dovere. Stava riportando le sue truppe a King’s Landing. Ma Dany ha deciso di agire, e gli ha mandato una marea di dothraki. E un drago.

SI’.

UN DRAGO.

Insomma l’esercito dei Lannister viene decimato dai dothraki, dalle fiamme del drago e Jaime non può far altro che guardare la desolazione e provare a usare la mega-balestra-sterminadraghi. Ordina a Bronn di azionarla e lui dopo vari tentativi colpisce la creatura che precipita. Jaime si Lancia contro Daenerys, impegnata a curare suo figlio, ma per evitare una fiammata viene spinto in un vicino stagno, affondando, con la sua armatura.

Si sarà salvato?

Lo scopriremo solo Lunedì prossimo… ci vediamo!

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Il recap del lunedì: Game of Thrones 7×03

In ritardo di due episodi abbiamo deciso di ricapitolare ogni lunedì – si ringrazia l’insonnia di chi scrive – la puntata di GoT andata in onda durante la nottata, con le nostre osservazioni e opinioni!

Prima però, un momento per ricordare i caduti delle precedenti stagioni. Oggi è il turno di Margaery Tyrell, THE QUEEN.

Ma ora, bando alla ciance. SPOILERS ARE COMING!

Dove eravamo rimasti?

Cersei sta aspettando un regalo da Euron Greyjoy, che vuole sposarla per creare un’alleanza; Arya scopre che Jon Snow è vivo e decide di andare verso nord; Jon Snow però sta per partire per Dragonstone, lasciando il Nord nel mani di Sansa, per incontrare Daenerys la quale sta pianificando l’attacco con l’aiuto di Tyrion e Varys, Olenna Tyrell, Ellaria Sand e i fratelli Greyjoy, gli ultimi tre vittime di un attacco navale di Euron. E quindi siamo arrivati a qui:

Theon tutti dicono che sei un codardo, ma a Westeros si chiama sopravvivenza di base.

Bene, eccoci all’episodio, “Queen’s Justice”

A Dragonstone l’incontro che attendevamo da stagioni è finalmente avvenuto. Jon Snow incontra Daenerys (della nobile casa Targaryen, prima del suo nome, regina degli Andali, dei Rhoynar e dei Primi Uomini, signora dei Sette Regni, protettrice del Regno, principessa di Roccia del Drago, Khaleesi del Grande Mare d’Erba, la Non-bruciata, Madre dei Draghi, regina di Meereen, Distruttrice di catene) e l’incontro è… un po’ una delusione? Ore per cercare di convincere Jon Snow a inchinarsi e a giurare fedeltà alla regina Daenerys (megalomania portami via) e poi nulla in più. L’incontro più interessante a nostro avviso è stato quello tra Jon e Tyrion, quest’ultimo capace almeno di convincere Daenerys a dare a Jon il tanto agognato dragonglass necessario a uccidere gli Estranei. Per il resto, meh.

A King’s Landing invece, Euron Greyjoy arriva con Yara e il suo regalino per Cersei, Ellaria Sand e una Sand Snake; Cersei le fa prigioniere e accetta di sposare Euron, che sta diventando il personaggio più odioso della storia di GoT (sì, forse anche peggio di Joffrey). Cersei si vendica della morte di Myrcella, avvelenando la figlia di Ellaria per poi lasciarla morire davanti agli occhi della madre; una scena straziante, dove Cersei mostra il dolore di una madre che ha perso la figlia e la sua crudeltà ormai senza limiti (Lena Hedaey è STREPITOSA). Rinvigorita dalla vendetta va a mostrare un po’ di amore fraterno a Jaime, completamente soggiogato dalla sorella. #poverofesso.

A Winterfell Sansa ritrova Bran, che gli dimostra di essere il Corvo con tre Occhi e di poter vedere tutto ciò che è successo, sta succedendo e succederà… qualcosa di molto simile a quello che le era stato detto poco prima da Ditocorto. Non sappiamo cosa voglia dire ma insomma, due Stark di nuovo insieme E SIAMO TUTTI FELICI.

Alla Cittadella Sam continua ad essere Sam, cioè a vivere la sua vita da apprendista Gran Maestro; anche guarendo Ser Friendzone (Jorah Mormont, ndr), viene comunque punito. Insomma #maiunajorah.

A Casterly Rock arrivano gli Immacolati, guidati da Verme Grigio. Riescono a entrare nella fortezza grazie ad un passaggio nascosto costruito da Tyrion, ma la vittoria sui Lannister sembra fin troppo facile; infatti l’esercito non era lì…

…ma era a High Garden, fortezza dei Tyrell. I Lannister, guidati da Jaime distruggono l’esercito dei Tyrell, e Jaime si ritrova vis à vis con Olenna. Olenna, la donna più saggia dei Sette Regni, sa già cosa le riserva il destino; ma prima dell’inevitabile decide di levarsi qualche sassolino dalle scarpa su Cersei, che dice capace di orrori impossibili da immaginare, su Jaime #poverofesso innamorato di un mostro; ma sprattutto su Joffrey (“he really was a cunt, wasn’t he?”): dopo aver bevuto il vino avvelenato gentilmente provveduto dai Lannister ammette di essere la colpevole per la morte di Joffrey, e intima a Jaime di riferirlo a Cersei: “I want her to know it was me!”. Chapeau Olenna, ci mancherai.

 

In conclusione, l’armata di Dany si sta disintegrando e i Lannister sembrano vincere. As usual. E’ stato un buon episodio, che ha avanzato molte storylines; ora ci attende un matrimonio (e sappiamo come vanno i matrimoni a Westeros), ancora molte battaglie e si spera una reunion tra Arya Sansa e Bran Stark.

Ci vediamo lunedì prossimo con un altro recap!

Orange is the New Black: dalla carta allo schermo

Prima di cominciare, un piccolo disclaimer: sto impunemente copiando il format di questo articolo dallo YouTuber Dominic Smith, in arte The Dom. Gli ho chiesto personalmente (via Facebook) se lui aveva problemi col mio furto, e lui mi ha gentilmente risposto “Eammecheccazzomenefregammè”. Comunque ecco il link del suo canale: dategli due occhiate.

Ah già, secondo disclaimer: in questo articolo parlerò in dettaglio di alcuni archi narrativi che coprono tutte le stagioni di OITNB. Cerco di evitare spoiler pesanti, ma chi non l’ha vista continui a suo rischio e periglio.

Detto questo, Orange is the New Black! Il libro autobiografico pubblicato nel 2010 ma che racconta eventi avvenuti tra il 2003 e il 2004, scritto da Piper Kerman, e che racconta i suoi 12 mesi (circa) trascorsi nel penitenziario di minima sicurezza di Danbury, nel Connecticut, per un reato legato alla droga commesso dieci anni prima…

Ma anche Orange is the New Black, la serie originale Netflix creata da Jenji Kohan (già nota per Weeds, la serie che anticipò Breaking Bad sui tempi, ma ebbe meno successo) e composta attualmente di cinque stagioni, la prima delle quali andò in onda nel 2013; e racconta di Piper Chapman, e dei suoi (periodo di tempo indeterminato che durerà finché la serie viene rinnovata) mesi nel penitenziario fittizio di Litchfield, sempre per un reato legato alla droga commesso dieci anni prima.

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Non è né il momento né il luogo di parlare di come sia nata la serie OITNB o di quale sia il ruolo della diretta interessata nella creazione della sceneggiatura, limitiamoci a vedere come è cambiata dalla carta allo schermo la vicenda di Piper Ker… ehm, Chap… ehm, Piper.

Iniziamo con una sinossi del libro, anche se non è molto semplice visto che segue una struttura molto episodica e poco lineare. Piper Kerman è una giovane bionda occhi azzurri col 40 di piede che durante uno dei suoi lavori giovanili da cameriera conosce Nora, una donna più vecchia, misteriosa e affascinante, della quale si invaghisce. Nora trascina Piper nel suo giro di affari più o meno loschi, con dei viaggi in giro per il mondo che la protagonista vede come delle grandi vacanze (solo con un po’ più ansia al ritiro bagagli).

Dopo l’ennesima lite, Piper taglia i ponti con Nora e il suo traffico di droga (dico “suo”, ma è bene chiarire che Nora come Piper non è altro che una pedina) e poco tempo dopo si fidanza con il suo amico Larry Smith (descritto come l’esatto contrario degli uomini che Piper frequentava di solito). Dopo sette anni di felice convivenza medioborghese arriva la doccia fredda: Piper dovrà scontare quindici mesi in un carcere federale per via della sua complicità involontaria nei reati commessi anni prima dal giro di Nora.

Sia la famiglia di Piper che quella di Larry si dimostrano incredibilmente comprensive della situazione e disposte a supportare la giovane donna, mentre questa prepara il suo ingresso in carcere.

In prigione, Piper farà la conoscenza di guardie menefreghiste e detenute bizzarre, e affronterà varie situazioni tipiche della vita dietro le sbarre: solitudine, ingiustizia, essere trattati come rifiuti della società… il tutto è raccontato con grande realismo, anche se l’autrice non smette mai di ripetere quanto sia fortunata rispetto ad alcune altre delle sue compagne di prigionia, ad avere amici e famiglia e soprattutto una casa e un lavoro assicurati quando uscirà dal carcere.

Essendo autobiografico, il libro non ha una grande struttura narrativa a tre atti, ma si compone di diversi episodi raccontati in ordine più o meno cronologico, ma nel complesso slegati tra di loro. La storia si conclude, prevedibilmente, con il rilascio di Piper dopo poco più di un anno.

La prigione realmente esistente di Danbury, come detto, è diventata la fittizia Litchfield. Iniziamo vedendo le principali detenute e guardie che la popolano, e se le versioni dei due media si assomigliano.

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La prigione di Danbury. Non vedo galline…

I personaggi

Tanto per cominciare, nella serie, tutti i personaggi hanno un nome diverso rispetto al libro (e non capisco bene perché, visto che già nel libro i nomi dei personaggi sono diversi rispetto alla realtà). La protagonista di chiama Piper Chapman, ed è interpretata dall’egualmente bionda occhi azzurri (per la misura di piede non ho controllato) Taylor Schilling. Al suo personaggio è stata aggiunta una passione per la nutrizione e un piccolo business di saponi fatti in casa… oltre che una tendenza alle bastardate.

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Ci vedo doppio.

Nora è diventata la “femme fatale” Alex Vause, interpretata da Laura Prepon (che ha anche diretto uno degli episodi della quinta stagione), e il suo ruolo è stato ampliato enormemente rispetto al libro: infatti una delle differenze più grandi tra le due versioni della storia è che nel libro Alex/Nora è sì detenuta, ma non nello stesso carcere di Piper. Le due si rincontreranno solo quando Piper viene trasferita temporaneamente in un carcere di Chicago per testimoniare al processo di uno dei suoi ex-complici (cosa che avviene in entrambe le versioni, ma nella serie alla fine della prima stagione, mentre nel libro quasi verso la fine della detenzione di Piper). Le due ritornano amiche ma non vi è alcun ritorno di fiamma erotico; la Piper cartacea stabilisce chiaramente di non aver intenzione di entrare nel giro del sesso da galera.

Larry Smith qui diventa Larry Bloom, e a dargli il volto è Jason Biggs (noto ai fan della saga di American Pie). Il Larry della serie è molto meno simpatico della sua controparte cartacea (e sicuramente anche di quella reale) e fortunatamente a un certo punto lui e Piper si lasciano e non lo si vede più (cosa che speriamo il vero Larry abbia preso bene). Un dettaglio mantenuto tra le due versioni è che Larry chiede a Piper di sposarlo subito prima che questa inizi il suo periodo in carcere.

Molti altri personaggi, in particolar modo le detenute e le loro storie, sono stati modificati e soprattutto ampliati, grazie all’aggiunta di flashback che raccontano il passato di ogni detenuta (comprensibile, visto il passaggio da un breve libro autobiografico basato sull’omertosa esperienza della prigione a una serie che deve far affezionare ai personaggi).

Nel libro la capocuoca del carcere è una delle detenute più anziane, una donna di origine russa di nome Pop. Nella serie il suo nome è diventato Red (Kate Mulgrew, nientemeno che il capitano Janeway di Star Trek – Voyager), ma il carattere è rimasto più o meno lo stesso, inclusa la sua vena materna verso le detenute più giovani e/o fragili, e il loro chiamarla “mamma”. È mantenuta anche la breve parentesi narrativa nella quale Piper insulta la cucina di Pop/Red senza sapere di averne davanti la responsabile. Il modo in cui la protagonista si fa perdonare è leggermente diverso, ma gira sempre attorno alla schiena dolorante della cuoca (nel libro è una semplice asse di legno sotto il materasso invece della più melodrammatica crema lenitiva artigianale). Nel libro Pop rimane sempre incaricata della cucina (non viene mai cacciata e non inizia il club di giardinaggio) e viene rilasciata (dopo 12 anni dietro le sbarre) più meno contemporaneamente a Piper.

Il personaggio che ha subito un ampliamento superiore a tutti gli altri è senza dubbio l’amatissima Suzanne “Occhi Pazzi” Warren. Nel libro è un’ispanica di nome Lili Cabrales, che una Piper sconcertata vede urinare davanti al cubicolo di una compagna durante una delle sue prime notti. In seguito Lili sviluppa una breve infatuazione per Piper, ma la freddezza di quest’ultima spegne presto i bollori di “Occhi Pazzi”. Nella serie Suzanne è l’attrice Uzo Aduba (di cui passò alla storia la doppietta di Emmy per lo stesso personaggio, prima in categoria commedia e poi dramma). La “Occhi Pazzi” della serie è afroamericana, e la destinataria del suo, ehm, “corteggiamento diuretico” è la stessa Piper. Dopo essere stata rifiutata, Suzanne sarà protagonista di molte altre sotto-trame nella serie. Pare che il suo ruolo sia stato ampliato sempre di più in seguito alla popolarità del personaggio presso i fan.

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La reazione dei fan quando Orange is the New Black è stata premiata come serie comedy.

È mantenuta abbastanza fedele la vicenda del processo alla celebrità televisiva Martha Stewart, nella serie trasformata nella parodia Judy King (Blair Brown, la Nina di Fringe). Come nel libro, le detenute di Litchfield/Danbury seguono con fermento gli sviluppi del processo, con la speranza che la celebrità venga assegnata al loro penitenziario, cosa che potrebbe risultare in un miglioramento del tenore di vita. Ovviamente, siccome la realtà non è mai all’altezza della fiction, nel libro la Stewart non viene mandata a Danbury (anzi, l’amministrazione chiude temporaneamente le porte del carcere a nuove detenute proprio per evitare quest’eventualità), e pertanto tutte le trame che hanno per protagonista Judy King sono esclusive della serie. È stato però mantenuto il dettaglio del drone fotografico che sorvola il campo in quel periodo.

Uno dei personaggi più noti della serie è la transessuale Sophia Burset (interpretata dall’attrice Laverne Cox e dal gemello, il musicista M. Lamar, nei flashback che la ritraggono prima del cambio di sesso). Sophia è basata su Vanessa Robinson, come lei transessuale ma le cui somiglianze si fermano qui: Vanessa è descritta come una fervente cristiana che ama cantare inni con la sua voce possente. Nel libro, Vanessa non gestisce il “salone di bellezza” della prigione (che comunque esiste) e non viene mai trasferita in isolamento. Viene inoltre menzionato l'”inconfondibile odore da uomo sudato” che affligge Vanessa (e di rimando tutte le sue compagne di stanza) durante l’estate.

La suora attivista Ardeth Platte (tra l’altro uno dei pochi personaggi ad essere raccontato nel libro con il suo vero nome) è mantenuta pressoché identica salvo il suo cambio di nome in Jane Ingalls. A darle il volto è Beth Fowler. Platte comunque non inizia mai uno sciopero della fame, almeno per quanto ne sappia la Piper del libro.

Per concludere la carrellata sulle detenute, citiamone un po’ in velocità (Nota: in questa sezione diamo per scontata l’affermazione “nella serie il suo ruolo è stato ampliato” visto che è vero per quasi tutti i personaggi): l’afroamericana esuberante Taystee (Danielle Brooks) è basata su un personaggio simile soprannominato “Delicious“. Quasi uguale il personaggio di “Big Boo” (Lea DeLaria), descritta nel libro come un “leviatano” che nonostante tutto riesce a sedurre ragazze molto più giovani e attraenti e fa sesso con loro in bella vista nelle docce comuni. L’istruttrice di yoga, nella serie chiamata Yoga Jones (Constance Schulman), nel libro è soprannominata Yoga Janet e viene rilasciata qualche tempo prima di Piper. Morello (Yael Stone) è basata su un personaggio dal nome simile: Minetta. Di Minetta si sa solo che è l’autista del pullman del campo, cosa che sorprende molto la Piper cartacea quando la vede per la prima volta. Nel libro appare anche una detenuta soprannominata “Pennsatucky“: di lei si dice che è stata dipendente dal crack ma a differenza delle altre tossiche del campo, una volta uscita di prigione vorrebbe ripulirsi e avere una famiglia.

Per quanto riguarda le guardie, il loro ruolo nella serie è stato ampliato ancora di più, se possibile. Lo scorbutico Butorsky è diventato Sam Healy (Michael Harney), ma a parte il cattivo carattere, la poca propensione alla burocrazia e la cattiva opinione che ha verso le lesbiche, il suo personaggio non è per niente approfondito nel libro; quindi la sua sposa per corrispondenza e la mezza storia con Red appaiono solo nella serie. I due agenti di grado inferiore, ovvero la perfetta incarnazione di “sbirro buono e sbirro cattivo”, nella serie sono George “Pornobaffo” Mendez (Pablo Schreiber) e John Bennett (Matt McGorry). Nel libro appare uno sgarbato e baffuto agente soprannominato “Pornostar Gay” (che non collabora a nessun traffico di droga all’interno della prigione) che però viene presto trasferito e sostituito dal più gentile agente Maple (che non mette incinta nessuna detenuta), riconoscibile dalla sua gamba artificiale “guadagnata” in Afghanistan.

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No, nel libro nessuna guardia resta in mutande.

La direttrice del carcere, nella serie Natalie Figueroa (Alysia Reiner), si chiama Deboo e nel libro appare solo all’inizio quando accoglie le detenute in prigione, cullandole con false promesse presto disilluse in Piper dalle donne più anziane.

Personaggi che sono stati creati solo per la serie includono le varie aiutanti di Red in cucina, inclusa la muta Norma (ironicamente la cantante Annie Golden); Daya (Dascha Polanco), la giovane ispanica messa incinta da Bennett; l’adorabile tossica Nicky Nichols (Natasha Lyonne, anche se potrebbe essere vagamente ispirata a un personaggio di nome Nina, che non finisce in massima sicurezza ma in una comunità di recupero post-rilascio) la perfida detenuta Vee (Lorraine Toussaint,  antagonista principale della seconda stagione), la madre di Pornobaffo (nientemeno che la Mary Steenburgen di Ritorno al Futuro – Parte III); e il capo delle guardie a partire dalla quarta stagione, il sadico Piscatella (Brad William Henke) (anche se il suo nome potrebbe derivare da Toricella, il personaggio secondario del libro che è diventato Joe “Lattina di Birra” Caputo).

Ci sono infine alcuni personaggi che appaiono solo nel libro e non nella serie TV, o il cui ruolo nella transizione tra i due media è più sfumato: tra essi abbiamo Rosemarie, che conforta Piper nel suo primo giorno in prigione (forse parte del suo personaggio è confluito in Morello?); Pom-Pom, la cui madre è stata nella stessa prigione (magari questo ha poi ispirato Daya e Aleida?); la musulmana ispanica attaccabrighe Ghada; e infine Gisela (una delle poche credenti non pazze della prigione) e Alice Gerard, che viene rinchiusa in massima sicurezza per aver denunciato ad alta voce i disagi del sistema di istruzione carceraria. (Alice è, inoltre, l’altro personaggio che ha lo stesso nome della sua controparte reale).

Cosa è rimasto lo stesso

Abbiamo visto che moltissimi personaggi sono stati creati appositamente per la serie o anche solo ampliati, e allo stesso modo anche molte vicende. Vediamo però quali avvenimenti narrati nel libro sono stati mantenuti nella serie TV.

Anzitutto si può notare che la parte più fedele al libro e alla realtà è l’inizio della vicenda: come già menzionato la backstory di Piper, Nora/Alex e Larry è più o meno la stessa, incluso Larry che chiede la mano di Piper subito prima che lei si consegni al carcere.

Quando Piper arriva a Danbury/Litchfield, viene messa in una stanza provvisoria insieme, tra le altre, a una detenuta di nome Miss Luz (nella serie Miss Rosa, interpretata da Barbara Rosenblat), corpulenta, calva e costretta a un respiratore per colpa del cancro.

La scena in cui Piper, su consiglio di un’altra detenuta, si sforza di piangere per fare pena a Caputo/Toricella e telefonare prima del dovuto a Larry è presa pari pari dal libro; come lo è (come già detto) l’involontario sgarro di Piper verso Red/Pop e il loro rappacificamento.

Preso dal libro è anche il trasferimento di Piper nel dormitorio B, soprannominato “il ghetto” perché popolato in prevalenza da afroamericane; ma nella serie verrà poi cambiata di posto, mentre nel libro rimane lì fino alla fine. La sua compagna di cubicolo nel “ghetto” è in entrambe le versioni una detenuta anziana, chiamata nel libro Natalie e nella serie Claudette (Michelle Hurst). Natalie non viene mai trasferita nel libro, e sarà insieme a Pop una delle maggiori figure di riferimento per la giovane protagonista. Nel libro è anche spiegato il significato dell’appellativo “Miss” che viene dato alle detenute più anziane e degne di rispetto, come appunto Natalie/Claudette e Luz/Rosa.

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She’s not impressed

Altre parentesi narrative mantenute intatte tra libro e serie sono l’assegnazione di Piper a un lavoro manuale per il quale non è per niente portata (nel libro falegnameria, nella serie elettricista), ma che col tempo riesce a imparare e la cui conoscenza l’aiuterà in seguito nella “vita reale”; l’incontro di orientamento al lavoro in cui varie detenute tra cui la protagonista vengono fatte vestire in modi diversi per capire qual è la tenuta più adatta a un colloquio e trasformano la cosa in una divertente “sfilata di moda”; il già citato trasferimento temporaneo di Piper nella prigione di Chicago per testimoniare; e il comportamento poco rispettoso tenuto da alcune delle guardie. Inoltre nel libro le detenute già da subito lavorano a costruire le case delle guardie, che non si trovano nel terreno intorno al campo ma normalmente in mezzo alla città.

Altri eventi tenuto come nel libro sono le feste: quelle organizzate dalle detenute quando una compagna deve venir rilasciata, e soprattutto la festa della mamma, nella quale l’intero campo viene aperto per un giorno ai figli delle ragazze e si organizzano varie attività per farli divertire… e una delle poche cose che sono felice succedano anche nella realtà.

Cosa hanno aggiunto

Normalmente parlando di come un libro è diventato film (o serie) si parlerebbe di cosa è stato tolto, ma qui non c’è molto a dire il vero…

Le grandi differenze sono quelle degli interi archi narrativi che sono stati aggiunti per rendere la serie più longeva e i personaggi più empatici. Non li racconto tutti perché sarebbe un elenco di tutti gli episodi, e per quello c’è Wikipedia. Mi limiterò a quelli più rilevanti.

Mentre la prima stagione è abbastanza fedele al libro, sono invenzioni degli sceneggiatori: le apparizioni della mitologica gallina, la rissa tra Piper e Pennsatucky e la rinchiusa della protagonista in isolamento; l’intera premessa della seconda stagione, ovvero l’arrivo di una vecchia detenuta che ammalia tutte le afroamericane per servirla nei suoi traffici; l’acquisizione del carcere da parte di una società privata per salvarlo dalla chiusura; l’evasione di massa e bagno nel lago alla fine della terza stagione (anche se questo avvenimento somiglia molto a una cosa successa nel libro, dove il responsabile del lavoro di Piper permette a lei e alle compagne di marinare il lavoro per una volta e passare una giornata al lago); l’intera sottotrama del traffico di mutandine usate ideato da Piper; e ovviamente l’uccisione accidentale di una detenuta da parte di una guardia inesperta e la conseguente rivolta che occupa l’interezza della quinta stagione.

Le guardie nel libro, seppure non molto rispettose dei diritti delle carcerate, si comportano in maniera molto meno esagerata che nella serie (in effetti la caratterizzazione caricaturale delle guardie, almeno nella prima stagione, era uno dei punti deboli della serie, per me). Nessuno urina nel cibo, strappa i capelli alla gente o uccide detenute schiacciandole involontariamente. La cosa che più vi si avvicina è quando nel libro uno dei dormitori viene completamente messo a soqquadro da una guardia in preda a un non precisato attacco d’ira. La guardia in questione viene subito allontanata dalla prigione senza bisogno di drogarla e legarla a una sedia.

Direi che questo può concludere la mia recensione dell’adattamento di Orange is the New Black. Sia il libro che la serie sono molto interessanti come prodotti a se stanti… per quanto riguarda l’adattamento sono un po’ combattuto. Da un lato la serie è ben scritta, con buona commistione di umorismo e serietà, e un sacco di personaggi incredibilmente approfonditi. Guardandola ho ammirato molto la capacità degli sceneggiatori di presentare inizialmente dei personaggi come stronzi per poi farceli stare simpatici (Red, Boo, Pennsatucky…).

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Non sono l’unico ad amare questa serie

Allo stesso tempo molti degli eventi, realistici, del romanzo sono stati, appunto, romanzati ed è stata aggiunta un sacco di roba che realisticamente è impossibile succeda tutta in un anno e poco più in cui la nostra protagonista è dietro le sbarre. Sì, lo so che “il giorno veramente incredibile sarà quello in cui non succede niente di interessante”, ma è un po’ stiracchiata l’idea che una povera crista qualunque che passa poco più di un anno in prigione subisca tutte queste cose… se tutti gli anni a Litchfield sono così, mi stupisco che ci sia ancora qualcuno in vita!

Scherzi a parte, adoro Orange is the New Black, sia come libro che come serie che come adattamento. Mi domando però, se il libro fosse stato scritto e finito sulla scrivania di un produttore dieci anni fa, quando ancora le serie TV non erano così di moda, se ne fosse stato fatto un film di due ore e mezza massimo, come sarebbe stato. Più realistico? Meno approfondito? Be’, con i “se” non si fa la storia.

Spero che questo articolo non vi abbia annoiato troppo (be’, se l’ha fatto non siete qui a leggerne la fine, no?) e ci vediamo! (Lo schermo diventa arancione e poi scorrono i titoli di coda con una canzone che ironicamente rispecchia l’immagine con cui si è chiuso l’episodio) (Questa cosa è una delle mie preferite in assoluto, comunque).

Good Morning Call: Viaggio in oriente (con musichette buffe)

Il Giappone è un posto strano, su questo possiamo essere d’accordo. Che voi ci siate stati davvero, che ci abbiate a che fare ogni giorno per lavoro o che ne siate stati esposti solo grazie alle infinite repliche di Sailor Moon, Dragon Ball e Doraemon; o anche che lo conosciate come patria di quei videogiochini belli che ci piacciono tanto, o dei porni bizzarri che insudiciano la vostra cronologia, per noi europei è sempre stata una chimera, una meta irraggiungibile. Come Bagdad per gli antichi crociati, un luogo esotico e misterioso dove le nostre regole non valgono.

Questo pippone filosofico mi serve per introdurre Good Morning Call, la serie prodotta da Netflix e Fuji Television datata 2016. La serie è tratta dall’omonimo manga shojo (che per chi non lo sa, vuol dire “romantico/per ragazze”, in contrapposizione agli shonen “d’azione/per ragazzi”) di Yue Takasuka, uscito dal 1997 al 2002. Non ho idea se il manga sia mai uscito in Italia, e di certo non l’ho letto (perché ho il pene) ma dall’annata sembrerebbe qualcosa di affine alle Rossane e ai Piccoli problemi di cuore che spopolavano ai miei tempi.

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Il cast al gran completo. Poco importa se alcuni di loro spariscono per metà stagione, no?

La serie ha per protagonista Nao Yoshikawa (Haruka Fukuhara, le cui paranoie adolescenziali non sono del tutto credibili essendo la ragazza più bella del cast), che per iniziare il liceo convince i genitori a farla vivere da sola. A scuola, Nao fa la conoscenza di Hisashi Uehara (Shun’ya Shiraishi, col suo fascino da boy band nipponica), il ragazzo piu corteggiato dell’istituto nonché assoluto pezzo di cacca. Una volta tornata a casa, Nao scopre di essere stata truffata: l’appartamento che credeva tutto per sé dovrà condividerlo nientemeno che con lo stesso Uehara! Da questa premessa vediamo come il rapporto tra i due si evolve: prima lui non vuole nemmeno che lei gli parli, poi pian piano la cosa inizia ad ammorbidirsi e… si, be’, vedetelo da voi.

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Non capisci, Nao? Vuole che tu lo segua! (Pianto)

Una cosa carina, durante i titoli di coda di ciascuna puntata ci vengono mostrate delle tavole del manga, per vedere come certe situazioni sono state trasportate dalla carta allo schermo. L’idea non è male, anche se da questo si può vedere che un intero episodio è stato trasferito di peso all’interno di un parco dei divertimenti (apparentemente) molto famoso. Product placement? Probabile, ma almeno hanno avuto il buon gusto di adattare le situazioni al contesto mantenendole loro stesse.

Good Morning Call ha il grande pregio, in questo mondo di oggi, di non prendersi troppo sul serio: è pienamente al corrente dell’assurdità ed esagerazione delle sue situazioni, e ha un senso dell’umorismo tutto giapponese. Chi conosce già manga e anime saprà cosa intendo, gli altri… guardate questo trailer ufficiale, dovreste farvi un’idea.

 

Sarebbe alquanto irrealistico guardare Good Morning Call aspettandosi Romeo e Giulietta, la storia è tanto leggera e insensata come solo le storie shojo sanno essere. Tra situazioni assurde, musichette buffe e scleri nippon (la serie non è stata doppiata in nessuna lingua, è disponibile solo in giapponese sottotitolato, per la gioia dei doppiaggiofobi li fuori). I personaggi si comportano in modi assurdi, verrebbe da pensare, tra il testardo orgoglio maschile di Uehara, il romanticismo da cartolina di Nao e altri personaggi come Daichi, un ex spasimante di Nao che non si dà per vinto nemmeno morto. Certo, personaggi insensati oggi, ma non abbiamo forse vissuto tutti un’epoca in cui questi comportamenti ci sembravano normali?

Tirando le somme… anche se nelle didascalie delle immagini ho fatto il simpaticissimo prendendolo in giro, Good Morning Call mi è piaciuto. Certo, non è assolutamente per tutti, ma se qualche amante delle romanticherie stucchevoli che non si prendono troppo sul serio (perché di romanticherie stucchevoli che si prendono troppo sul serio ne abbiamo tutti abbastanza), con un debole per le stupidaggini made in Japan, volesse essere riportato a un’età in cui comportarsi in modo cosi ridicolo ci sembrava del tutto ragionevole… consiglio di darci un’occhiata. Itadakimasu!

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Non temete, genitori: questa scena in cui lui entra per sbaglio mentre lei si lava i denti è il massimo della zozzeria di Good Morning Call. A parte quella tizia che quando è ubriaca bacia tutti…

 

Doppiaggio italiano nei Simpson: accenti e stereotipi

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Di Enrico Vivarini, Marco Scipioni, Carlo Malvestio, Francesco Zanon  e Riccardo D’Addario

I Simpson possono essere considerati come un punto di riferimento per la nostra generazione. Hanno accompagnato le nostre giornate durante il periodo dell’adolescenza, rappresentando un appuntamento quotidiano. Col passare del tempo è aumentata in noi la curiosità di conoscere alcuni aspetti che un tempo erano marginali: i dialetti e gli accenti usati. Innanzitutto, per chi non lo sapesse, “I Simpson” è una sitcom statunitense nata nel 1987 dal genio artistico dello show-runner Matt Groening. Il genere dei Simpson è quello della situation comedy, in quanto i personaggi sono stereotipati sulla base della società americana e ne raffigurano pregi e difetti, una parodia della realtà con lo scopo di denunciare e criticare ciò che non funziona nel Paese dietro la risata indotta al pubblico. Il dialetto, come vedremo, si inserisce per conferire maggiore credibilità alle caricature proposte da Groening e per renderle il più possibile simili a persone che si incontrano nella vita quotidiana. Lo scopo della ricerca è di capire in che modo vengano usati i dialetti e analizzare i personaggi a cui vengono attribuiti; in che modo l’autore tenti di abbattere delle barriere o denunciare un modo di pensare comune.

Carlton “Carl” Carlson – Accento Veneto

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Carl è un personaggio secondario della serie di cartoni animati I Simpson, è un uomo di colore e nel doppiaggio italiano ha un maccheronico accento veneto. Carl è un collega di lavoro di Homer Simpson e di Lenny alla centrale nucleare di Springfield. In realtà Carl è originario dell’Islanda, i suoi genitori sono caucasici in quanto orfano, ed è proprio dai suoi genitori adottivi che ha preso il cognome Carlson. Nella serie italiana è doppiato da Fabrizio Vidale (dalla stagione 1 alla stagione 7), Roberto Stocchi (nella stagione 8) e da Enrico Di Troia (dalla stagione 9 in poi). È curioso notare come tutti e tre i doppiatori siano di origini Romane e quindi non esista nessuna correlazione tra l’origine dei doppiatori e l’accento veneto del personaggio. Carl, sentito nella sua versione originale, non ha un accento particolare e si avvicina all’americano standard. Ma allora perché nella versione italiana parla veneto? Per rispondere a questo interrogativo, bisogna tornare indietro al 1991, quando I Simpson approdarono per la prima volta sui teleschermi italiani. Il 1991 è infatti l’anno in cui, dalla fusione di Liga Veneta e Lega Lombarda, nasce il partito della Lega Nord: la scelta di doppiare uno dei pochissimi personaggi di colore di tutta la serie con un accento stereotipicamente associato agli aderenti alla Lega (partito votato fin dagli albori alla regolamentazione e al contenimento dell’immigrazione) probabilmente non è del tutto casuale, rifletterebbe al meglio i principi che animano anche la versione originale, nella misura in cui “The Simpsons satirises right and left”. Niente è mai stato confermato lasciando un alone di mistero intorno a questo personaggio.

William “ Willie” MacDougal – Accento Sardo

Willie

Tra i personaggi che destano più curiosità per la loro personalità e il marcato accento, c’è sicuramente il “Giardiniere Willie”. Di origini scozzesi, nella versione americana viene riprodotto come un chiaro stereotipo di quello che, per gli abitanti statunitensi, è uno scozzese. Egli, infatti, viene rappresentato come una persona solitaria, rozza, ignorante, ostile, rissosa e alcolizzata, con un accento inglese al limite del comprensibile. Per quanto siano chiare le sue origini scozzesi, la figura di Willie, con il passare delle puntate, si è circondata sempre più da un alone di mistero e contraddizioni riguardo il suo reale passato. Per gli adattatori italiani non è stato facile dare una forma a Willie, cercando di mantenere le caratteristiche attribuitegli dai creatori. Gli italiani, infatti, non hanno una visione così eccessiva e severa degli scozzesi, visto che al massimo ce li si può immaginare con una birra in mano, un kilt e una cornamusa sempre appresso. Per questo motivo nella versione italiana si è optato per farlo diventare un sardo a tutto tondo. Questo perché, così come gli americani vedono la Scozia come un posto a se stante, abitato da persone solitarie e rurali, gli italiani vedono la Sardegna come una regione un po’ isolata rispetto al resto dello stivale con abitanti che, con le ovvie proporzioni, ricalcano le caratteristiche attribuite a Willie. Sia l’accento scozzese che quello sardo, inoltre, vengono interpretati come “duri” e quindi perfetti per un personaggio quasi perennemente di cattivo umore. A differenza della gran parte degli altri personaggi a cui è stato attribuito un accento nel doppiaggio italiano, tuttavia, Willie è stato trasformato del tutto in un sardo. Non solo, quindi, la cadenza tipicamente sarda va a sostituire quella scozzese, bensì anche il suo background storico viene indirizzato verso la Sardegna e non verso la Scozia. Ovviamente in alcune puntate in italiano è stato inevitabile fare riferimento alle sue origini scozzesi, a causa di alcune incongruenze non risolvibili con il parallelismo sardo.

Marion Anthony D’Amico “Tony Ciccione” – Accento Siciliano

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Fat Tony nella versione originale è il boss della mafia di Springfield.  È costantemente affiancato dai suoi due scagnozzi Smilzo e Lupara (Legs e Louie nella versione originale). Tony parla con accento italo-americano nella versione originale, che diventa siciliano nel doppiato italiano.  La serie si appropria quindi di uno stereotipo secondo cui la figura di gangster mafioso è collegata alla provenienza sicula del suo personaggio. Questo è un esplicito riferimento a Cosa Nostra, il nome con cui viene definita l’organizzazione criminale di stampo mafioso italo – statunitense, originatasi come un’associazione di mafiosi siciliani emigrati negli Stati Uniti verso la seconda metà dell’Ottocento.

Clarence Winchester e Eddie & Loue – Accento Napoletano/Barese

eddie lou

Clancy Winchester è il commissario di polizia della città di Springfield. Nella versione originale si chiama Clancy Wiggum. Winchester viene dall’Irlanda e si è trasferito a Springfield quando era ancora un bambino. Nella versione originale il suo parlato e quello dei suoi due inseparabili assistenti Eddie e Lou, non presenta alcuna particolarità linguistica; tutti e tre parlano un americano standard. Nonostante ciò, la sua voce così come quella di Lou nel doppiaggio italiano sono caratterizzate da uno spiccato accento Napoletano; mentre quella di Eddie ha un accento tipicamente barese. Il motivo di questa scelta è riscontrabile in una serie di stereotipi tipici italiani relativi alla sua professione:

  1. Il fatto che Winchester, Eddie e Lou abbiano tutti accento fortemente meridionale serve a giocare sullo stereotipo secondo cui i membri delle forze dell’ordine italiane provengono in prevalenza dal Sud Italia. Vi è anche un analogia con la versione originale in quanto negli Stati Uniti esiste lo stereotipo secondo cui le forze dell’ordine americane siano formate in prevalenza da persone di origine Irlandese (proprio come il commissario Winchester); ed in effetti, oggi le forze dell’ordine e i corpi di vigili del fuoco del New England e dell’East Coast hanno una forte tradizione irlando-americana.
  2. Winchester è corrotto, ottuso, pigro e decisamente poco professionale; tutte caratteristiche che contraddistinguono la visione italiana stereotipata del tipico ufficiale di polizia meridionale.

Dall’analisi dei personaggi abbiamo ricavato due temi ricorrenti: la ricerca del contatto con la realtà locale attraverso l’uso del dialetto e il tentativo di abbattere le barriere e di denunciare il comune pensare.

Notiamo come a parlare dialetto siano principalmente comparse, personaggi con i quali l’autore può assumersi maggiori libertà senza incorrere in rischi eccessivi.
Lo showrunner Matt Groening porta avanti due discorsi in parallelo: da un lato cerca di abbracciare più persone possibili fornendo dei protagonisti che possano non essere identificabili; dall’altro propone personaggi tanto particolari da dare ad ogni interlocutore la possibilità di immedesimarsi in quello che più gli assomiglia.

Persiste la volontà di denunciare, in modo ironico ma allo stesso tempo critico, personaggi come Carl che, nella versione italiana, parla un perfetto dialetto veneto pur non avendo tratti somatici tipicamente veneti.
Inoltre, questi stereotipi non vengono utilizzati esclusivamente con fini di denuncia, ma anche con lo scopo di dare grande enfasi alle tradizioni delle realtà locali: nella versione italiana, Willie è un giardiniere sardo che si esprime nel dialetto della propria terra, rimarcando quel senso di appartenenza tanto caro anche al popolo scozzese.